sabato 4 marzo 2017

P-51B Mustang 1/48 Tamiya by Giuseppe Schettini


Tamiya P-51B Mustang 1/48 
 Giuseppe Schettini



Qualche mese fa mi venne chiesto:  “quale è secondo te l’aereo migliore della storia, quello che ti piace di più?” Io risposi: “Beh, non ce n’è uno, ci sono tanti ottimi aerei che hanno fatto la storia”. E via con un elenco di aerei che hanno sempre campeggiato nella mia immaginazione di bambino e di adulto, dall’ F-104 al Su-27, dal DC-3 al all’F-14. Tra questi c’era il P-51.

A Natale, sorpresa! Babbo Natale mi porta un kit della Tamiya, con un P-51B in scala 1:48 e alcuni colori Tamiya a corredo. Erano più di vent’anni che non assemblavo un modellino in scala: l’Università, il lavoro, il non avere lo spazio e il tempo necessario... Insomma, di colpo sono ridiventato per un istante un ragazzino, e non poteva esserci un regalo più gradito.
Ma...ricominciare da zero! Non un pennello, non una pinzetta, niente di niente. Così, un po’ con l’ansia di dover onorare un regalo così gradito e portare a termine il lavoro, un po’ con la curiosità e l’entusiasmo del ragazzino che si era risvegliato in me, mi sono armato di pazienza e, utilizzando il tempo libero che, coincidenza, ultimamente non mancava, mi sono armato di tutti gli strumenti e del materiale mancante, in parte affidandomi all’istinto in ferramenta, in parte con l’aiuto di un negozio specializzato.

Prima di partire, e dopo aver scelto la versione da realizzare, mi sono documentato su internet, cercando foto, notizie, informazioni sulla biografia del pilota che mi aiutassero a riprodurre un modello quanto più verosimile storicamente.



Il Kit Tamiya è estremamente ben fatto, pieno di tanta precisione nipponica. Sufficientemente dettagliato (quanto basta per non farti lavorare su dettagli che risulteranno poco o per nulla visibili), con un numero di pezzi ragionevole, studiati in modo da assemblarsi in maniera “furba”, nascondendo quanto più possibile le giunzioni e facendole coincidere il più possibile con le linee della pannellatura. Inoltre i vari pezzi si assemblano quasi senza bisogno di colla, con una precisione assoluta e la qualità della plastica è indiscutibile. Ci sono davvero pochissimi errori nella fabbricazione. Le decal sono molto dettagliate. Ce ne sono alcune di un paio di millimetri di lunghezza... Le Istruzioni sono puntuali e precise,  e guidano agevolmente ad assemblare le diverse versioni proposte.

Si intenda, questa è l’opinione praticamente di un neofita, ma è confortata dalle tante opinioni positive sul kit che si trovano in giro per il Web.

A proposito di versioni, ce ne sono tre. Io ho scelto lo “Shangri-La” del Capitano “Don” Gentile. Andando avanti con la costruzione ci si accorge che di questo vengono proposte addirittura due varianti relative a due periodi differenti, che si differenziano per una decal (quella dei “kills” di aerei tedeschi rappresentati da croci nere sotto il tettuccio) e per la colorazione dell’ogiva dell’elica (rossa, o rossa e bianca). La precisione storica di questo dettaglio è sorprendente. Cercando foto dell’aereo sul Web, viene confermata.
Le versioni possibili del tettuccio sono addirittura tre: una completamente chiusa, una aperta e una variante “a bolla” nota come “Malcom Hood”. Una piccola imprecisione storica è presente nei serbatoi subalari “Paper Tanks” opzionali. Lo squadron a cui apparteneva l’aereo non li aveva ancora ricevuti (Marzo del 1944) e operava con i serbatoi metallici “a goccia” tradizionali. Non essendo questi presenti nel kit, ritenendomi non ancora pronto a realizzarli e non avendo voglia di acquistarli separatamente, ho deciso di farne a meno.
Mi sono concesso un piccolo vezzo, acquistando su eBay, ad un prezzo molto contenuto, un pannello strumenti fotoinciso (Yahu, produzione polacca, un gioiellino!) da applicare su quello originale. In realtà ho ritenuto opportuno tagliare via il vecchio e applicare quello nuovo. Qui una nota da tenere in mente per i futuri modelli, consiglio mai ripetuto abbastanza dai modellisti più esperti: Provare, provare, provare, provare, prima di fare operazioni più o meno irreversibili. Nell’assemblare la fusoliera, la compressione del pannello, costituito da tre sottilissimi lamierini sovrapposti, tra i due semigusci, lo ha fatto disaccoppiare, costringendomi ad un delicato intervento di “chirurgia laparoscopica”a fusoliera assemblata per metterlo a posto in modo accettabile.
Carrello, su o giù? Flap, su o giù? Pilota, si o no? Tettuccio, aperto o chiuso? Paratia del radiatore, aperta o chiusa? Superfici di controllo, in posizione neutra, o no? Dopo aver rimuginato un po’ ecco la decisione: Senza pilota, quindi aereo a terra, con tutta la biancheria esposta e tettuccio aperto. 

L’abitacolo non prevede la possibilità dell’assenza del pilota. Perciò ho dovuto ricostruire le cinture di sicurezza slacciate sul sedile, ispirandomi ad una foto e utilizzando delle sottili strisce di alluminio da cucina. Si trovano tanti kit per riprodurre un cockpit iper-realistico ma, siamo seri, ci sarà davvero qualcuno che andrà a sbirciare nel cockpit per vedere a malapena il mio pannello fotoinciso superdettagliato? Essendo il mio primo modello dopo decenni di inattività, mi sono accontentato.
Il tettuccio aperto ha comportato una fase di minuta colorazione sui traparenti del telaio interno ed esterno, di colori differenti (con la speranza di aver azzeccato la tonalità storicamente corretta di Primer verde all’interno dell’abitacolo). L’incollaggio è avvenuto con colla vinilica per preservare la trasparenza in caso di sbavature.
Niente aerografo. Spendere tanti soldi per colorare pochi centimetri quadri di modello a costo di un grande spreco di colore e con la necessità di avere uno spazio adeguato per farlo non mi ispirava. Inoltre, l’aerografo, bisogna imparare ad usarlo. Ci penserò in futuro, quando potrò considerarmi un modellista esperto. Per ora, caro vecchio pennello e tanta sperimentazione.
A modello finito è seguita una fase di sporcatura e invecchiamento, nonché  di dettaglio delle viti e delle chiodature che risultano visibili nelle foto originali. L’invecchiamento non avrebbe dovuto essere eccessivo: l’aeroplano era arrivato allo Squadron da poche settimane e l’uso particolarmente intenso comportava soltanto qualche scrostatura qua e là. Purtroppo di lì a un mese nemmeno, l’aereo sarebbe finito distrutto per una “bravata” davanti ai giornalisti che costò il ritorno in patria al pilota.

Colorando, di rosso due pezzettini di nastro adesivo, ho riprodotto le coperture rosse di stoffa che si utilizzavano in quel periodo per proteggere dallo sporco le canne delle mitragliatrici. Dettaglio presente in tutte le foto d’epoca ma quasi mai riprodotto nei modelli.
Come vedete dalle foto, il risultato del mio lavoro non è poi tanto male. C’è qualche errore qua e la che spero di non ripetere in futuro. La prima cosa che mi viene in mente è la distanza che c’è tra la decal a scacchi sotto gli scarichi del motore e la fascia rossa sul muso dell’aereo, che non dovrebbe esserci e avrei potuto evitare facendo più attenzione alla larghezza della fascia rossa.

Al prossimo modello!


Giuseppe Schettini




















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